Museo San Paolo

Il Museo nasce – dopo almeno una ventina d’anni di gestazione (il primo atto costitutivo della Fondazione che oggi regge il Piccolo Museo è del 1972, poi rinnovato nel 1981) – nel 1992, anno della sua inaugurazione e apertura al pubblico, rappresentando da subito, con l’esposizione delle opere raccolte in tutta una vita da Mons. Gangemi, una delle realtà artistiche e culturali più importanti della città e della Calabria intera. Il 26 aprile 1995 la Regione Calabria, infatti, riconosce il valore della Fondazione attraverso la pubblicazione sul BUR n. 50 del 3 maggio 1995 della Legge Regionale n. 36 “Contributi alla fondazione Piccolo Museo S. Paolo con sede in Reggio Calabria”. Nell’articolo 1 si legge: “La Regione Calabria al fine di favorire la diffusione della cultura ed ogni iniziativa volta ad inserire la Calabria nei circuiti culturali ed in quelli turistici nazionali ed internazionali, riconosce la rilevanza socio-culturale delle iniziative promosse dalla Fondazione Piccolo Museo San Paolo di Reggio Calabria, ente morale dotato di personalità giuridica, sostenendone finanziariamente l’attività museale“. Tale contributo, seppur esiguo, si rivelerà fondamentale per garantire nel corso degli anni la gestione ordinaria del museo e lo sviluppo di poche ma fondamentali linee d’intervento per la tutela e la valorizzazione dell’importante patrimonio artistico custodito (inventariazione dei beni, creazione di un piccolo laboratorio di restauro interno, operazioni di primo intervento sulle opere quali disinfestazione, pulitura e consolidamento).

Le collezioni del Museo riflettono, nella loro eterogeneità, il gusto estetico del suo Fondatore che non si lasciava guidare, nelle sue scelte, da altri criteri se non quelli del bello e dell’amore per la sua città. Ad essa il Museo è dedicato e offerto e di essa il Museo parla, raccogliendo testimonianze e oggetti d’arte del territorio che coprono la sua intera storia, dal periodo della Magna Grecia a quello bizantino, dall’età medievale a quella contemporanea. Ma le opere hanno respiro internazionale, sia per provenienza sia per interesse; e toccano effettivamente ogni settore dell’arte, raggiungendo in ciascuno di essi livelli d’eccellenza: dipinti, icone, sculture, argenti sacri, avori, tessuti, libri antichi, monete, pezzi archeologici. Le collezioni si articolano in due semplici sale, con un’esposizione che permette comunque al visitatore di godere delle oltre 1000 opere della Fondazione, tutte visibili al pubblico, nell’attesa di poter usufruire di una sede più ampia.

Le Icone

La sezione delle icone rappresenta, con i suoi 180 esemplari, una delle collezioni più importanti d’Italia e permette al visitatore di entrare in contatto con il mondo della spiritualità e della cultura bizantina, che in Calabria ha lasciato un’impronta indelebile, caratterizzando il periodo che va dal VI all’XI secolo. Le icone sono in primo luogo oggetti liturgici e solo in seconda battuta opere d’arte, vere e proprie preghiere che gli iconografi elevano a Dio, seguendo ciascuno un proprio stile, ma rispettando i canoni tipologici fissati nei secoli.

Le icone del Museo San Paolo vanno dal XVI agli inizi del XX secolo e provengono dai paesi orientali dell’Europa, in prevalenza dalla Russia, evocando tuttavia il legame profondo che la cultura bizantina ha, come si accennava, con la terra di Calabria, e che questa mantiene ancora oggi nei suoi culti e nelle sue tradizioni. Trova posto, inoltre, una piccola icona di origine calabrese, proveniente dalla vallata del Tuccio.

Non esiste un criterio unitario che presieda alla raccolta: il fondatore si basava solo sul proprio senso estetico e sulla propria sensibilità spirituale che gli faceva cogliere in un’opera la tensione verso il divino. Per questo le icone sono di provenienza e valore artistico diverso.

Tra di esse ricordiamo quelle raffiguranti la Madonna col Bambino nelle diverse tipologie: la Madre di Dio “Tichoniskija” del secolo XIX, variante dell’Odigitria, nel tipico gesto di indicare il Bambino, strada da seguire per raggiungere la salvezza; la “Fjodorovskaja”, pure del secolo XIX, del tipo della tenerezza, con rivestimento d’argento dorato e intarsi di smalto policromo; La Madre di Dio “Tricherusa” (dalle tre mani), a cavallo tra XIX e XX secolo, che ricorda un miracolo che la Vergine fece a S. Giovanni Damasceno durante le lotte iconoclaste, di ambito russo come le precedenti.

Quindi le grandi icone del Cristo: il Pantokrator (Colui che in sé contiene ogni cosa), creatore, redentore e giudice, ritratto con abiti in broccato rosso a girali d’oro molto preziosi ad indicare la sua regalità, da collocare tra XVIII e XIX secolo, icona che rappresenta il centro del gruppo iconografico detto Deisis (intercessione); il Mandilion del XVIII secolo, icona balcanica con i due arcangeli Michele e Gabriele che dispiegano la sacra tela con il Volto di Cristo, a ricordo della guarigione del re di Edessa, sanato dalla lebbra proprio dalla tela con impresso il volto di Cristo, che fa il paio con l’altro di scuola russa tra XVIII e XIX sec.

Ricordiamo poi le icone di grandi santi e profeti: in particolare, un tondo con l’abbraccio dei santi Pietro e Paolo, i due apostoli che diffusero il Cristianesimo nel mondo, proveniente da Creta, del XVII sec., che sottolinea la Concordia Apostolorum, nonostante diverse visioni della fede; un S. Giovanni Battista proveniente anch’esso da Creta e anch’esso del XVII sec., il santo più venerato nell’ambito della tradizione bizantina, nel quale il monachesimo ha visto proprio il prototipo del monaco, che porta la propria testa mozzata su un vassoio; un S. Giovanni Evangelista in silenzio (con la destra si tocca le labbra a significare la custodia della Parola di Dio), icona russa del XIX sec. firmata dall’iconografo Sergio Denisov; molte icone riguardano S. Nicola di Myra, uno dei santi più venerati in Oriente, il cui culto è diffuso anche in Calabria, S. Giorgio a cavallo, il profeta Elia, i Tre Gerarchi S. Giovanni Crisostomo, Basilio il Grande, Gregorio il Teologo. Notevole è una grande icona bulgara raffigurante S. Michele Arcangelo, con spada, mantello e corazza, l’arcistratega delle milizie celesti, da sempre simbolo della lotta del bene contro il male, da collocare tra XVI e XVII secolo.

Infine le icone delle feste della tradizione ortodossa: oltre ad alcune tavole con la tipologia del Dodecaorton, raffiguranti al centro la Resurrezione, centro della fede cristiana, e ai lati le dodici feste che percorrono il piano della salvezza posto in atto con l’incarnazione, vanno menzionate un’icona russa raffigurante l’Ospitalità di Abramo del XIX secolo, sul modello della famosa icona di Rublev e un dittico con una bellissima Annunciazione, icona cretese del XVI-XVII secolo.

Impossibile ricordare qui le molte altre tipologie presenti nella collezione, ma è doveroso citare l’unica icona calabrese, che ritrae la Madre di Dio e S. Gerasimo, santo appartenente al monachesimo italo-greco della Calabria dell’XI secolo, egumeno di un monastero nella Vallata del Tuccio presso Bagaladi (RC), che rievoca un passato in cui la Calabria era una terra fiorente, nobilitata da santi e uomini di cultura.

I Dipinti

Questa sezione comprende un numero notevole di opere, oltre 130 tra tele e tavole, dal XV secolo fino ai nostri giorni, con alcune di esse che spiccano per rilevanza artistica. Si tratta del settore che forse più degli altri necessita di studi appropriati, per poter acquisire una maggiore certezza sulle attribuzioni. Peraltro, la pregevolezza della fattura di alcuni dipinti è del tutto evidente.

Diamo uno sguardo alle opere più importanti: una grande tavola di S. Michele Arcangelo che uccide il drago è stata oggetto di numerosi studi, con alcune attribuzioni importanti, come quella ad Antonello da Messina, per la possibilità di corrispondenza con quella menzionata in un atto notarile del 1457 in cui la Congrega dei Gerbini di Reggio commissionava ad Antonello un gonfalone. Le recenti analisi del materiale e della tecnica pittorica, condotte dall’Istituto Centrale per il Restauro di Roma nel 2005, hanno confermato la datazione al XV secolo e dunque l’assoluta rilevanza della tavola, definita “l’esempio più importante di pittura tardo gotica in Calabria”, anche se resta dubbia l’attribuzione ad Antonello. Il volto dell’Angelo manca, essendo stato sfregiato a colpi d’ascia nel corso di una scorreria dei Turchi nel XVI secolo, successivamente ridipinto e definitivamente eliminato in fase di restauro da parte della Sovrintendenza di Cosenza nel 1974.

Di grande rilievo una piccola tavola del XV secolo, recentemente attribuita a Giovanni Bellini, con una splendida Madonna in adorazione del Bambino dormiente, modello compositivo molto fortunato del pittore veneto e della sua scuola. Ancora su tavola è un grande dipinto dell’inizio del XVI secolo, raffigurante S. Francesco che riceve le stimmate, attribuito a Vincenzo da Pavia, pittore attivo nell’Italia meridionale. Un pregevole bozzetto raffigurante Mosè che dà le tavole della legge al popolo ebraico, anch’esso su tavola, dovrebbe essere stato utilizzato da Giulio Romano per un grande affresco nelle Logge Vaticane.

Tra le tele, bellissime e molto intense quelle rappresentanti S. Giuseppe col Bambino, S. Andrea, S. Francesco di Sales; poi una Sacra Famiglia, una Visitazione, alcune tele con la Maddalena penitente. A tali opere sono stati accostati in passato nomi di autori di grande fama, da Guido Reni a Jusepe Ribera (lo Spagnoletto), da Andrea del Sarto a Francesco Ubertini (il Bachiacca), al Salimbeni. Queste ipotesi, evidentemente da verificare, testimoniano comunque della qualità della pinacoteca del Piccolo Museo.

Vanno ancora ricordati alcuni dipinti di scuola napoletana, Agar nel deserto e il Sacrificio di Isacco, altri di scuola fiamminga (tra questi notevole una Flagellazione e un Volto di Cristo), una Scena di battaglia, dove si è vista la mano di Giuseppe Cesari (il Cavalier d’Arpino), una Madonna della Misericordia di reminiscenze pretiane, oltre a due dipinti locali, L’estasi di S. Teresa di Sebastiano Conca e un’Addolorata di Antonio Cilea.

Di non minore pregio sono il settore degli argenti, che comprende più di 200 pezzi tra calici, ostensori, turiboli e navette dal XV al XX sec., e quello delle sculture, in gran parte risalenti al periodo medievale, con diverse opere provenienti dalla provincia reggina e dalla vicina Sicilia.

Il Piccolo museo S. Paolo comprende anche notevoli pezzi di archeologia, una collezione di numismatica con monete che datano dall’antica Magna Grecia ai nostri giorni.

E ancora: una biblioteca con incunaboli e oltre 130 cinquecentine; una serie di avori davvero splendidi, tra i quali spicca un grande crocifisso del XVI-XVII secolo e una Madonna del periodo gotico francese.

Il patrimonio della Fondazione, oltre che dalle opere d’arte, è formato dai beni immobili e mobili menzionati nell’atto costitutivo ed è stato successivamente incrementato.

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